Nato cinghiale


𝘍𝘪𝘯 𝘥𝘢 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘩𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘰, 𝘮𝘪𝘰 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘦𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘮𝘢𝘵𝘵𝘪𝘯𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘰, 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘰, 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘣𝘶𝘪𝘰 𝘧𝘶𝘰𝘳𝘪, 𝘪 𝘳𝘶𝘮𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘣𝘢𝘶𝘭𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘢𝘱𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘦 𝘤𝘩𝘪𝘶𝘥𝘰𝘯𝘰, 𝘭’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦, 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘪𝘷𝘢𝘭𝘪 𝘭𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘤𝘰𝘳𝘳𝘪𝘥𝘰𝘪𝘰, 𝘱𝘰𝘪 𝘭𝘢 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘤𝘩𝘪𝘶𝘥𝘦. 𝘋𝘪 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘰 𝘴𝘪𝘭𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰. 𝘛𝘶𝘰 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘦̀ 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘤𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢. 𝘚𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘳𝘦𝘴𝘤𝘪𝘶𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘭’𝘢𝘵𝘵𝘪𝘷𝘪𝘵𝘢̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘳𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘭’𝘶𝘤𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘱𝘰𝘳𝘵. 𝘚𝘦 𝘪𝘯 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢 𝘦𝘵𝘢̀, 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘦𝘷𝘰 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘱𝘦𝘳𝘵𝘦 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘦𝘥 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘮𝘪𝘰 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘱𝘢𝘳𝘢𝘳𝘴𝘪, 𝘤𝘰𝘭 𝘤𝘳𝘦𝘴𝘤𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘰 𝘴𝘱𝘪𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘣𝘦𝘭𝘭𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘮𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘴𝘦 e divenni vegetariano.

𝘊𝘰𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘵’𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘰̀, 𝘳𝘪𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘷𝘰 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘢𝘷𝘦𝘳 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘭𝘦 𝘰𝘳𝘦 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘦 𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘷𝘰, 𝘴𝘮𝘢𝘭𝘵𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘴𝘣𝘳𝘰𝘯𝘻𝘦, 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘱𝘢𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘱𝘢̀, 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘴𝘵𝘢 𝘪𝘮𝘮𝘶𝘵𝘢𝘵𝘢, 𝘮𝘦𝘳𝘢𝘷𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰𝘴𝘢 𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢. 𝘚𝘶𝘱𝘦𝘳𝘢𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘧𝘢𝘴𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘣𝘦𝘭𝘭𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘤𝘪𝘴𝘰 𝘳𝘪𝘱𝘳𝘦𝘴𝘪 𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘨𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘯𝘦, 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘲𝘶𝘪𝘴𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘪𝘮𝘢 𝘱𝘢𝘵𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘦 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢𝘪 𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘰.

𝘚𝘰𝘭𝘰 𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘴𝘤𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘮𝘰 𝘮𝘪𝘰 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘦 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘳𝘯𝘦 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢, 𝘭𝘦 𝘧𝘳𝘢𝘨𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦 𝘭𝘦 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘦𝘻𝘻𝘢.

di e con Alessandro Sesti e Debora Contini

organizzazione Debora Contini

musiche eseguite dal vivo Debora Contini

Co-produzione Strabismi, Teatro Thesorieri Cannara

In collaborazione con Qui e Ora Residenza Teatrale

Spettacolo selezionato da Play With Food 2021


Dicono di noi #

TOMMASO CHIMENTI – Recensito

Il pubblico è la preda di Sesti, il pubblico poi diventa la squadra di caccia del padre (Patrizio) dello stesso autore quando ci si immerge nella fitta boscaglia dantesca per stanare la belva furiosa. La guerra dei mondi. Due universi che non possono coesistere: infatti tra il padre e il figlio dalle litigate si passa presto all’indifferenza fino a diventare due perfetti sconosciuti. Poi si cresce e al posto delle battaglie abbiamo bisogno di condivisione e vicinanza, di sentirci parte di un tutto e allora Alessandro si scopre non così diverso da Patrizio e tutte le dissonanze sottolineate in precedenza forse erano state acuite e aumentate ed esagerate dall’impazienza e dall’insoddisfazione di non sapere ancora chi si è; il padre che è “generoso e schivo e burbero” proprio come dice la didascalia del segno zodiacale cinese del cinghiale, il padre che è un “padellatore” ovvero uno che sbaglia il bersaglio e manca (volontariamente?) le prede. E allora il figlio riequilibra la propria rabbia, scende a patti con il ciclo della vita, perdona e chiede perdono, cerca un abbraccio, cercano di capirsi questi due mondi che sembrano così lontani (“So far, so close”), l’attore che adesso cucina il cinghiale, ma che non caccerà mai, e l’operaio cacciatore. “Nato cinghiale” è un guardarsi dentro, è un affacciarsi sull’abisso, è un avere paura delle radici per infine apprezzarle e respirarle, capire chi siamo, capire che veniamo dalla terra rispettando quegli esseri viventi che diventano cibo per la nostra tavola. “Un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre”, sussurrava Gabriel García Márquez.


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Teatro di narrazione

Italiano / 55 minuti

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